Pechino Express va in Sud America e i latinos…

ott 06, 2015 Nessun commento da

backstage pechinoPechino Express, adventure game di RaiDue, è approdato in Sud America. Come lo vedono i tanti latinos che vivono in Italia? Solo a Milano e provincia sono 74.000 e rappresentano un target televisivo, di cui anche Auditel tiene conto. Per Tv Talk, sono andata in uno dei ristoranti ritrovo per la comunità latina milanese, El Tipico 3 di Corso Lodi e con loro, ho guardato una puntata del programma, l’ultima in Ecuador. Ho indagato anche i loro gusti e consumi televisivi, scoprendo molte cose interessanti. Amano la tv italiana più di noi!

La regia è di Amabile Stifano.



Scenari tra web e tv (Intervista di Ilaria Sulla)

mar 10, 2015 2 Commenti da

MICROFONIILARIA: Cinzia, ormai siamo pienamente immersi in una società in cui i mezzi di comunicazione dialogano tra loro. Si parla di integrazione, multimedialità e convergenza ma, al di là delle terminologie, ormai quasi tutte le generazioni sanno maneggiare uno smartphone o aprire un profilo Facebook. Secondo lei, cosa significa occuparsi di questo tipo di comunicazione in continuo mutamento? Qual è il punto di vista di un “addetto ai lavori”?

CINZIA: Non sono così convinta che tutte le generazioni sappiano maneggiare uno Smartphone in Italia! Il cambiamento è in atto ma ancora molto in divenire. Il nostro lavoro è cambiato tanto negli ultimi anni. Sostanzialmente, si sono moltiplicate le fonti: se prima ci basavamo sulla carta stampata e le agenzie, ora consultiamo Twitter, Facebook, le testate on line, la stampa estera, e il nostro ruolo è sempre più difficile ed importante proprio perché dobbiamo verificare ed incrociare più fonti, anche quelle nate “dal basso” e raccontare una realtà sempre più liquida e complessa dove non contano solo le notizie ma anche le opinioni. Le voci in campo non sono più solo quelle degli editori della comunicazione ma viviamo in un flusso di commenti e di post dove ogni singolo cittadino vuole poter dire la sua, spostando il peso dell’opinione pubblica.

ILARIA: Lei lavora per una trasmissione molto particolare, in cui è la televisione a parlare di se stessa, a sviscerarsi, non concentrandosi solo su un tema ma toccandoli tutti, dalla politica allo spettacolo puro, passando per tutte le sfumature di cronaca e attualità. Cos’è che smuove di più gli utenti sul Web? Di cosa parla più “attivamente” l’utente che pensa alla televisione e perché, secondo lei?

CINZIA: I programmi più commentati sono senz’altro gli “eventi”, dalle partite di calcio ai grandi varietà (Festival di Sanremo), i talent musicali e poi i talk politici. Sostanzialmente, questo dato rispecchia la realtà da bar dove lo sport e la politica sono motori per dialogare con gli altri, per poter esporre ed imporre il proprio punto di vista. L’esperienza di second screen è in fondo quella di un enorme gruppo d’ascolto dove possiamo permetterci di dire la nostra opinione, illudendoci che conti! Per la serie, siamo tutti allenatori!

ILARIA: Ormai quasi ogni trasmissione televisiva lancia un hashtag per innescare un dibattito che dalla Rete rimbalza in televisione e così via. Gli utenti decidono di partecipare al meccanismo generando i commenti più disparati, spaziando dalla cronaca alla politica, dal gossip all’attualità. Quali sono i temi più “caldi” di un programma televisivo? Per cosa l’utente si attiva di più e come lo fa (es. commenti ironici, rabbiosi, delusi, costruttivi)?

CINZIA: Beh, un po’ come per le notizie in generale, ha un peso maggiore un commento negativo che uno positivo. Solitamente, i rulli di Twitter sono invasi maggiormente da critiche o commenti ironici. I 140 caratteri sono una lunghezza che si presta perfettamente ad una frase ad effetto, ad una battuta di spirito. Poi ci sono i temi civili, sociali, politici e per quelli funziona l’indignazione. A farla da padrona è però sempre l’ironia, spesso anche per contesti molto seri. Direi che per la costruttività c’è poco spazio, quella la si trova su YouTube nei tutorial.

ILARIA: Si dice che non esistano mezzi di comunicazione “buoni” o “cattivi”, ma tutto dipende dall’uso che se ne fa. Nel caso di convergenza tra TV e Web la questione diventa ancora più complessa. Cosa ne pensa lei? 

CINZIA: Stiamo parlando di mezzi, di strumenti, quindi tutto dipende da chi li utilizza e da come sceglie di utilizzarli. Io credo che in questi nuovi ambiti sia importante essere “responsabili” delle proprie fruizioni. Si può consultare una guidaTV e scegliere il programma televisivo più adatto a noi, in base alla vasta offerta oggi disponibile. Si può scegliere di utilizzare o non utilizzare i social network in base alle proprie inclinazioni, gusti ed esigenze personali. Tutto dipende da noi. Sempre di più. Abbiamo un panorama sempre più ampio di scelta e siamo sollecitati a fare selezione in ogni momento, andiamo sempre più verso un modello di tv, on demand. Insomma, tutto dipende da noi. E’ bene che le nuove generazioni vengano aiutate a decifrare tutti questi stimoli in modo da formare una coscienza critica che li aiuti a fare “buon” uso dei mezzi di comunicazione. La scuola e le famiglie dovrebbero essere i posti decretati a questo insegnamento.

ILARIA: I “commenti” (o più in generale le scelte tramite Web) nascono come frase scritta. Ma possono diventare qualcosa di concreto? Secondo il suo parere, si tratta di una vera espressione democratica – e democraticamente costruttiva –  oppure stiamo prendendo un abbaglio?

CINZIA: Rispondo alla prima domanda e dico sì. Potenzialmente. L’esempio più lampante di questa possibilità sono le primavere arabe, dove Twitter è servito come volano per la mobilitazione e per raccontare al mondo ciò che stava accadendo. L’unico problema è che sui social network le notizie, i movimenti hanno vita breve. Ci si esalta, si lotta per un paio di giorni per una causa, poi arriva quella dopo e ci si dimentica. In alcuni casi però, quando succede una calamità, un terremoto, o per esempio in occasione delle stragi terroristiche di Boston, mi sono resa conto di quanto sia stato utile uno strumento come Twitter, per individuare problemi ed emergenze sul territorio e come motore di solidarietà e allora mi dico che sì, ha a che fare con la democrazia, e in molti paesi, infatti, è ancora proibito accedervi!



Italiano Medio. Buona la prima

feb 09, 2015 3 Commenti da

giulio verme 2Dunque. Non si può giudicare Italiano Medio con il metro con cui si giudica il cinema. Italiano Medio è qualcosa di nuovo in Italia. Il suo successo è il simbolo della gratitudine di un pubblico fortemente fidelizzato e settario che ci insegna che il web è uno straordinario bacino di consenso, se lo si sa ben utilizzare. E pure la radio (Lo Zoo)! Questo film è un fenomeno tribale.

E’ girato bene, bella fotografia, il messaggio, il soggetto è interessante, condivisibile, e il discorso sulla tv generatrice di mostri è molto calzante. Forse l’amatorialità della recitazione, che è il valore aggiunto con cui Maccio & Co. hanno sfondato on line e in tv, non funziona altrettanto al cinema. Il cinema è un’arte che esige credibilità.

Tuttavia, andare al cinema a vedere il primo film di Maccio è come andare ad una festa, alla festa di un amico con cui hai passato serate di risate con gli amici, nei fumi dell’alcol e delle droghe leggere. Questo è il grande pregio di questo gruppo creativo: l’essere riusciti, con umiltà, a creare una vicinanza col pubblico, imparagonabile a quella divistica della tv, e di poter godere ora di una setta di discepoli della risata che li seguirà sempre, nel bene e nel male.

Il film aveva punte di comicità fantastiche, come la cassetta “peli” della raccolta differenziata di Giulio Verme ma ho perso un po’ di buon umore nelle parti “Gullit”, rivolte, e talent finale (purtroppo gli attori-non attori attivisti erano deboli e se on line i tempi comici erano più veloci, al cinema mi buttavano un po’ fuori dal patto!). Anyway, il film è da vedere e rivedere, perchè è così che ci si innamora del fenomeno Maccio, cliccando su play e ancora play.’ In attesa del secondo film.



Renzi-Berlusconi. Le foto ricordo dal web

gen 24, 2014 1 Commento da

L’incontro Renzi-Berlusconi è un evento straordinerio, come direbbe Silvio. La rete si è scatenata, come fa in questi casi, ma questa volta ha toccato vette di creatività fenomenali. Ecco una selecta delle immagini create dagli utenti, ispirati da questo fatidico incontro. (Clicca su ogni foto. Fallo!)



Trash è bello

gen 17, 2014 3 Commenti da

Lo lessi in un libro di estetica all’università e lo imparai una volta per tutte: l’orrido è una categoria estetica degna quanto il bello. E’ più facile però conformarsi a ciò che è armonioso. Siamo noi, in base alla nostra cultura, a decretare cosa piace e cosa no. Poi però c’è una base di riconoscibilità del bello che è comune a tutti gli uomini, qualcosa che prescinde dalla moda e dal gusto personale ed ha a che fare più con le proporzioni auree (distanza e disposizione degli elementi del viso), che fanno sì che universalmente siamo in grado di distinguere un bel volto da uno brutto.

Anche il brutto ha però una sua dignità. E, in qualche modo, siamo attratti anche da quello, più velatamente perché è meno tollerato socialmente. C’è una forza misteriosa che ci porta a voltarci a guardare cosa è successo quando passiamo per il luogo dove è appena avvenuto un incidente. Così come ci piace guardare film di zombie e altre mostruosità. Chissà perché in quel caso non parliamo di “buon gusto”?

Poi, c’è una terza categoria, una sottocategoria dell’orrido che si differenzia da questa per l’inconsapevolezza del soggetto portatore. Questa è la categoria del trash. Se chi è brutto lo sa, chi è trash ne è inconsapevole. Un’amica fotografa me lo ha insegnato: sei tu che guardi a definire l’oggetto del tuo sguardo, trash. Chi lo è, si dona come se non lo fosse ed è  proprio da questa obliquità di punti di vista che scaturisce il potere comico.

Difficilissimo è simulare il trash perché il trash semplicemente è. Si manifesta per quello che è. Difficilissimo è rappresentarlo anche perché la sua percezione non è universale. Facciamo un esempio: “Il boss delle cerimonie napoletane” su Real Time è deliziosamente trash. L’oggetto che rappresenta (famiglia napoletana semplice che vuole matrimonio da favola) è di nicchia, socialmente relegato, inconsapevole del proprio essere strambo, e la macchina da presa non ha bisogno di caricarlo per esprimerlo. A Real Time hanno avuto la sensibilità di capire che tutto quello che succedeva andava trattato come fosse “normale” e, con questo rispetto, hanno lasciato che fosse il pubblico a vedere l’obliquità della realtà descritta. Il risultato è la comicità, una grande tenerezza, e l’imbarazzo tipico di questi casi. Stesso vale per l’ipnotico “Jersey Shore“! Se solo per un secondo, i narratori avessero calcato la mano e avessero giudicato i soggetti che riprendevano, il risultato sarebbe stato cinico, sgradevole.

Un altro esempio: “Felicità”, il fantastico concerto reunion dei 70 anni di Al Bano, trasmesso su RaiUno mercoledì sera. Meraviglioso, laddove tutti i protagonisti, quelli sul palco e quelli in platea, erano convinti di vivere un evento bello, indimenticabile, epocale. E noi, come da un buco della serratura, a ridere di tutti loro, patetici  cantanti fannè riesumati in improbabili abiti a cantare Sharazan col pubblico in delirio. Cinque milioni e mezzo di italiani lo hanno guardato.  Perché dunque negare? Perché la nostra società non ci permette di ammettere candidamente che proviamo gusto nel guardare Il Grande fratello (purtroppo sempre più consapevole dunque meno trash) o Il Segreto? Perché non abbiamo il coraggio di dire che il trash prodotto da Maria De Filippi (The queen) è incantevole? (Vedi C’è posta per te).

Rivalutiamo il nostro bisogno, la nostra attrazione verso il brutto. Fa parte di noi, ci muove dentro tanto quanto quella per il bello. Anzi, è meno prevedibile e noiosa, porta al riso anziché alla pura contemplazione. Liberiamoci dall’imbarazzo e impariamo a distinguere un buon trash da un trash fatto male e poi godiamone. Qualche passo il pubblico italiano lo sta facendo, grazie alla social tv, che non è altro che questo: un atto liberatorio, comunitario, sacrosanto di accogliere l’offerta televisiva generalista,  divertendosi a deriderla.



Vuoi entrare nell’olimpo delle TwitStar?

dic 21, 2013 1 Commento da

Non so quanti di voi ambiscano a diventare una TwitStar. Se si potesse avere un euro per ogni follower magari! Twitter ripaga con la gloria e solo a volte concede un premio, vedi Lia Celi passata alla tv. Ad ogni modo, se Twitter fosse una nazione, avrebbe un sistema politico oligarchico: il potere nelle mani di pochi. L’uccellino è elitario, verticistico. Le possibilità sono due: si può guardare in sù (molti) o si può guardare in giù (pochi). Abbiamo un mare di utenti comuni che non possono fare altro che guardare in sù (seguire) perchè con pochi followers a chi ti racconti? E abbiamo pochi eletti che grazie alla pregressa popolarità possono permettersi di guardare in giù, cioè parlare alle platee di utenti conquistate con più o meno merito.

Il potere dei primi: se ho pochi seguaci posso almeno ascoltare cosa dicono quelli “importanti”, posso cercare di interloquirci e attendere una risposta che salverò per sempre nei preferiti. Posso partecipare a spassosissimi gruppi d’ascolto sulla tv e soprattutto posso finalmente sfogare la mia ira o giudicare gli intoccabili VIPS.  Il potere dei secondi, cioè quelli che hanno un “pubblico” a cui parlare: posso esibire me stesso, ingrassare il mio ego e gongolare ad ogni follower nuovo che mi commenta e mi risponde. Il mezzo mi protegge anche quando le cose vanno male: quando mi criticano lo vedo solo io, devo solo imparare a gestire il prezzo del potere e non soccombere come Mentanta, se mi massacrano.

Poi, c’è una terza categoria, quella delle TwitStar. Quei potenti che si sono guadagnati follower con le unghie e con i denti, consumando la tastiera dello smartphone. Generalmente, vivono sul social network ed hanno un contatore di tweet a 5 cifre ma soprattutto hanno capito bene le regole del mezzo.

A seguire, il vademecum di TRACKMAVEN (studio effettuato su 1.423 account di Twitter – 1,7 milioni di tweet) che ci suggerisce quali sono le tecniche per accrescere il proprio casato ed entrare nell’olimpo dei potenti:

  1. Il giorno migliore per twittare è il giovedì. I peggiori, sabato e domenica.
  2. La domenica, pur se si twitta meno, è il giorno in cui si ottengono più retweet.
  3. Il picco di traffico si ha nell’ora di pausa pranzo, dalle 12 alle 13.
  4. Anche se si twitta di più durante le ore lavorative, è più probabile ottenere un retweet tra le 22 e le 23.
  5. Tweet che contengono fra 5 e 7 hashtag hanno più probabilità di essere ritwittati.
  6. Più menzioni, cioè fai riferimento ad altri account, e più sarai ritwittato.
  7. Se vuoi pubblicare un link, mettilo alla fine del tweet, non all’inizio.
  8. Inserire un’immagine nel tweet aumenta smisuratamente la possibilità del retweet.
  9. La “call to action”, cioè l’invito al retweet, aumenta tantissimo la possibilità del retweet.
  10. Abbonda pure con i punti esclamativi. Arriveranno più retweet.
  11. Twittando in MAIUSCOLO, riceverai più retweet.

Ed io aggiungo, abbi qualcosa da dire. Se no, taci!

 










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