Innovare il Festival. Ma si può?

feb 11, 2013 4 Commenti da

Sono a Sanremo. Ho assistito alla seconda conferenza e ho ascoltato le canzoni in prova. Sono canzoni belle, orecchiabili già al primo ascolto ma anche ricercate. Sarà un festival ambizioso e coraggioso. Ambizioso perché l’impianto dello show è spettacolare. Una scenografia nuova, con l’orchestra riposizionata e una scalinata che si trasforma in altro. L’impianto scenico sfrutta per la prima volta l’altezza delle quinte e si presenta con un fondale retrò, barocco (come ha twittato Fazio, addirittura drammatico). Poi però sul palco c’è anche lo stile di Duccio Forzano, la sua passione per i vidiwall che trasmettono immagini, colori roteanti e si muovono alla spalle degli interpreti, con un risultato visivo ultramoderno per il festival.

Come in tutti i festival, anche in questo si declama l’importanza della musica che si vuole portare al centro della kermesse. Due canzoni per ogni cantante. Già, due canzoni significano 8-9 minuti ad esibizione. Pagherà la contemporaneità su cui la squadra di Fazio ha puntato? Sarà in grado l’eterogeneo pubblico televisivo di Sanremo di apprezzare lo sforzo innovativo di questa squadra?

Max Gazzè, Marta sui tubi, Almamegretta, Malika Ayane, Raphael Gualazzi, Elio e le storie tese sono tutti artisti validissimi ma le canzoni che propongono non sono quelle tipiche del festival. Sono musicalmente più mature, raffinate, ricercate. Le digerirà la massa di telespettatori che cercano certezze o attireranno solo le nicchie che già li apprezzano?

Quest’anno, più che mai, i competitor tv si sono arresi e non combatteranno a colpi di contro programmazione. La curiosità avvicinerà come ogni anno una larga audience di pubblico. Non so però se mia nonna riuscirà ad ascoltare 8 minuti filati di Marta sui tubi o Almamegretta o se si sentirà rassicurata solo dopo l’ascolto della Maria Nazionale.

E’ una sfida interessante, coraggiosa per provare a cambiare una delle istituzioni italiane più dure da cambiare. I giovani probabilmente torneranno ad accendere la tv per ascoltare un vento di voci giovani, per gli altri sarò curiosa di capire l’indice di permanenza. Rimarrà sintonizzato anche il telespettatore più anziano?

Mauro Pagani, il direttore musicale, di quest’anno è pronto a scommettere sul sì. “Il pubblico è migliore di come lo si voglia far apparire” così mi ha risposto in un’intervista che gli ho fatto giorni fa e io spero proprio che abbia ragione.



Candidate olimpioniche twittano

feb 02, 2013 Nessun commento da

Sono tre, tre donne, tre campionesse dello sport nazionale e si sono candidate. Valentina Vezzali, schermitrice, Josefa Idem, canoista, e Manuela Di Centa, sciatrice di fondo. In un paese come il nostro dove il mestiere di politico non è più considerato una professione specifica, ci provano un po’ tutti: imprenditori, giornalisti, magistrati e ora anche gli sportivi.

Puntando sul loro senso del sacrificio, della competizione, della costanza, offrono i valori del campione agonistico come modello di politico vincente. E, a volte, sembrano incarnare modelli comportamentali e aspirazionali anche migliori rispetto a quelli di chi ci ha amministrati senza saperlo fare.

Veniamo al web. A Twitter, che per la prima volta nella politica italiana diventa strumento di propaganda elettorale. Ci si sono buttati tutti e anche le tre campionesse ci provano. Vediamo come…

Valentina Vezzali (candidata in lista Monti) ha un suo profilo verificato e raccoglie circa 8.800 follower. Il suo primo tweet risale al 18 agosto 2012. Ultimamente twitta con costanza, anche più volte al giorno ma di lei ciò che è più interessante è descrivere la trasformazione da sportiva a donna della politica.

Intanto, dimentica o trascura di segnalare il suo impegno politico nella bio e si vende ancora come campionessa olimpionica, nonché portabandiera. Usa Twitter sostanzialmente come un’agenda. Già agli inizi, quando era solo una sportiva, twittava tutti i suoi impegni e le sue iniziative. Poi, di recente, dopo l’annuncio della candidatura, si trova costretta a difendere la sua scelta, forse non a tutti gradita. E’ il momento di linkare su Twitter i post del suo blog dove, in tempi meno stringati, si sforza di dare le ragioni della sua scelta. E’ il momento dell’interazione. Dei ringraziamenti a chi la sostiene.

Poi, il suo profilo si trasforma in quello del tipico politico italiano. La Vezzali ritrova il metodo agenda, twittando tutti i suoi impegni istituzionali e soprattutto mediatici. Ricorre ad uno staff che riprende i virgolettati delle sue dichiarazioni da ospite tv. Fino all’apoteosi del retweet. Complimenti, ringraziamenti, citazioni dal padre politico Monti. La Vezzali impara ad usare il mezzo, più o meno.

Josefa Idem (candidata nel PD) vanta oltre 5.400 follower con soli 57 tweet dal suo ingresso nell’aprile 2010. Non dimentica di segnalare la sua candidatura nella bio, restando ovviamente campionessa olimpionica di canoa. Twitta più o meno un giorno sì e un giorno no.

Anche lei ne fa un uso stile agenda o post-it. Appuntamenti, spostamenti, interviste rilasciate sono il suo pane. Ed intanto, lascia indietro la chance dell’interazione, del ritweet. Anche da sportiva, si limitava a questo utilizzo ma le interazioni erano maggiori; allora, si trattava di rispondere a complimenti.

Manuela Di Centa (PDL) ha solo 602 follower. E’ su Twitter da agosto 2010. Nella bio dimentica di indicare la sua carica politica. Twitta in modo discontinuo. O molte volte al giorno o silente per giorni interi. Ed eccoci ancora all’uso agenda. Come se Twitter non fosse un luogo dove ci si può “incontrare” ed interagire, Manuela (o chi per lei) twitta in terza persona autocitandosi (sistema noto al PDL!) per far conoscere i suoi appuntamenti. Ritwitta Alfano e il PDL ma non interagisce. Si potrebbe forse dire che non usa Twitter per la propaganda o forse ancora non ha ben capito cos’è, visto che twitta lo stesso tweet più volte.

Mi pare che siamo lontani dal modello Obama che molti politici big in prima linea hanno scientemente imparato. E non so se sia un male. Donne multitasking, madri, sportive, con carica politica che non trovano il tempo per dedicarsi bene ai social network. Tutto sommato, credo ancora che i politici vadano scelti per come amministrano e non come per comunicano. I nodi poi verranno al pettine!



La Migliore Offerta. Per me

gen 13, 2013 3 Commenti da

Apparentemente un film su una truffa, l’inganno di una giovane coppia in cerca di fortuna ai danni di un potente ed anziano battitore d’asta. La Migliore Offerta è per me anche metafora della relazione d’amore tra uomo e donna. Quella più contemporanea, forse malata ma diffusa, tra un uomo che ha scelto la solitudine per difendersi e una donna che si trincera dietro le sue paure.

E’ l’inganno dell’innamoramento e dell’amore in tutte le sue fasi. Dalla convinzione di lui di bastare a se stesso al mistero dell’incontro che ci porta verso l’altro, senza conoscerlo. Virgil, il protagonista ha celato per una vita il suo bisogno d’amore in una stanza, un cavò, dove si perde in solitudine nello sguardo fisso delle donne ritratte nei dipinti che ha collezionato. Claire abita un palazzo ricco di ogni bene, quadri, oggetti preziosi ma resta celata dietro un muro per paura di affrontare gli altri.

I due si incontrano, così come ci si incontra, in un’occasione dettata da congiunture del quotidiano e Virgil si ritrova attratto dal mistero, dalla voglia di esplorare il Palazzo di Claire. Lei gli chiede di valutare i suoi beni, lui ci va e dialoga con lei che resta nascosta dietro una parete.

Il primo tempo è questo. L’incontro, la scoperta, le paure di un uomo che scopre il desiderio di volere entrare in un’altra vita e la ritrosia di una donna ferita, malata. Ci sono i ripensamenti, le andate, i ritorni, perfino le strategie, quelle adottate da Virgil, su consiglio di un giovane amico, per conquistare lei.

Poi l’incontro, coatto, in cui lui costringe lei a mostrarsi, ad uscire dal rifugio in cui si rinchiude per proteggersi. E’ il momento della conquista, quello in cui Virgil mette in atto tutto il cotè del predatore: la veste, la nutre, la protegge, le porta dei fiori così come si fa. Si mostra migliore di quello che è. La porta a fidarsi di lui. Non è più l’uomo duro che era.

Sono lui e lei, rinchiusi in un palazzo che godono del loro innamoramento, il mondo è fuori. Ma non può bastare. Non a Virgil che ama Claire. Vuole portarla fuori, vuole aprire la relazione, farla vivere alla luce del sole, farla esistere anche agli occhi degli altri, non senza il timore di perderla.

Questo avviene, quando lui ne ha più bisogno. L’alcova protettiva degli amanti, il guscio è il passato. Nel mondo, ora ci sono gli altri, la gelosia, il dubbio, il compromesso,  le circostanze, il patimento d’amore che porta lui a trascurare il lavoro, rendendosi perfino ridicolo. Siamo nel secondo tempo, e l’intreccio tra i due piani del film si confonde. Falsità, autenticità, simulazione. Sarà davvero Virgil la migliore offerta per Claire? L’amore si può simulare, così come si possono simulare gioia, tristezza, malattia? Gli altri dicono di sì.

E’ una relazione traballante. L’occhio del telespettatore non crede fino in fondo che durerà. C’è il sospetto che lei possa fuggire, nascondersi o cercare un’offerta migliore ma l’illusione di lui lo porta ad aprirsi definitivamente. Apre il cavò, la benda e la fa entrare nel suo cuore, dove ci sono le altre donne, quelle passate, e lì, manifesta il dono del suo amore: “loro mi hanno insegnato ad attenderti”.

Quel momento è l’inizio della fine. Claire ha visto il suo patrimonio. Claire non è quella che sembrava. I piani si confondono, si ripercorre l’accaduto, lo si legge in chiave diversa, ora lo si interpreta in modo diverso. E’ l’inganno d’amore che ferisce l’amante che si ritrova alla ricerca di un’altra verità. E’ il tradimento della fiducia, del patto silente tra due persone che si sono amate. Il film diventa un’altra cosa, un altro genere. I tempi si accorciano come il fiato di Virgil.

Il cavò di Virgil è svuotato, saccheggiato da lei, che in fondo voleva solo vivere felice. Lei gli ha rubato tutto, gli ha portato via i sogni, le aspettative che aveva segretamente riversato negli sguardi delle donne passate e immaginate. Il cerchio si chiude. Lui si ritrova da solo, di nuovo. Scappa a cercarla in un luogo della sua vita dove era stata felice, in solitudine ancora, ma senza più la paura dell’inizio. Seduto al tavolo, questa volta, fa apparecchiare anche il posto di fronte e alla domanda del cameriere: “E’ solo?” risponde: “No, aspetto una persona”.



La crisi del talk show politico. Giornalisti in via di estinzione?

nov 17, 2012 3 Commenti da

In questi giorni si parla tanto di crisi del talk show politico. Dopo il confronto dei candidati alle primarie (i fantastici 5) su SkyTg24 e Cielo anche noi italiani ci siamo accorti che ci sono altri modi di comunicare, più democratici.

Sky (sin dai tempi di Emilio Carelli – dicembre 2010) aveva lanciato l’iniziativa “invita i leader al confronto” ma in pochi se ne erano accorti. Era una sorta di petizione, una raccolta firme (ne hanno avute circa 30.000) per portare in Italia un “format” usato in molti paesi democratici, quello del faccia a faccia con domande e risposte a tempo. Per Sky, l’unico modo per riavvicinare i cittadini alla politica in tempi in cui la disaffezione era ai massimi livelli.

In verità, altri tentativi di questo tipo erano già stati fatti dalla tv pubblica, l’ultimo nel 2006 con il confronto tra Prodi e Berlusconi, moderato da Bruno Vespa ma i tempi non erano ancora maturi e 2.0.

Così lunedì abbiamo assistito al primo vero talent della politica italiana: 5 concorrenti, lo studio di XFactor, un conduttore sul tavolo dei giudici, risposte a tempo e appello finale, un pubblico ad applauso libero. Mancava solo il televoto (quello lo fanno a Servizio Pubblico! link).

Su Twitter ha fatto record. Il PD stesso lancia il lunedì sul suo sito la foto de IFantastici5, che fa da volano ad una vera campagna virale all’insegna dell’ironia come piace in rete (vedi link) e il risultato sono oltre 147.000  tweet che hanno portato il confronto in TT mondiale per ore (BlogMeter). Oltre 900 tweet al minuto, con picchi di 1.500 durante la diretta e due hashtag dedicati: #ilconfrontoskytg24 lanciato dalla produzione dove i toni erano più seri e soprattutto si discuteva della nuova formula tv e un hashtag lanciato dal basso, dal giornalista-twitteur @numfup, #csxfactor, che ha doppiato in quantità quello ufficiale rimanendo in testa nella classifica dei TT fino al prime time del giorno dopo, in barba al Ballarò del martedì. E dulcis in fundo, anche un tormentone nato dalla gaffes di una ragazza alle prese con la domanda al candidato: il fenomeno OscarGiannetto (link).

E’ stato un evento e si sa che in rete, gli eventi vanno per la maggiore. Ha superato il precedente record di programma più twittato, quello della terza puntata di XFactor6 in cui erano ospiti i OneDirection, segno che Twitter, in questi casi, richiama ancora a sé utenti con spirito critico, altro rispetto alla massa dei nuovi utenti bimbominkias. I politici hanno fatto più successo dei cantanti!

Si potrà dunque tornare indietro? Ci appassioneremo ancora al vecchio talk show contrappositivo, quello con le due fazioni in campo, quello della destra e la sinistra che si parlano addosso senza considerare il telespettatore, con la complicità del conduttore?

Il primo passo indietro lo ha fatto proprio Santoro che giovedì ha rinunciato alla classica formula politico vs politico, portando a Servizio Pubblico Flavio Briatore, un sindacalista, e due esperti dei numeri. Perfino le arringhe giornalistiche di Costamagna e Travaglio sembravano non andargli più bene, troppo inquisitorie.

Qualcosa sta accadendo. Gianluigi Paragone canta nella prima mezz’ora de L’Ultima Parola, Santoro testa formule nuove (vedi anche Partito Liquido) e la community di Twitter lo ha mollato se consideriamo che nelle ultime due puntate Servizio Pubblico è stato oscurato (niente TT) da XFactor6.

Nell’aria ci sono già nuove idee, come quella lanciata da Giovanni Minoli che mette al centro la necessità di dibattiti con fact check, cioè la possibilità di verificare la “verità” delle affermazioni che si fanno (link).

A me restano delle perplessità che ruotano intorno alla figura del giornalista. Ma il fact checking non è mestiere suo? Non è il giornalista  che dovrebbe garantire la “verità” di quanto si dice, sempre ed in qualsiasi tipo di format? Se il citizen journalism impazza, il fact check parte dal basso, che ce ne faremo più della figura del conduttore-giornalista?

Forse basterà  un domandatore automatico, una voce fuoricampo alla Ok il prezzo è giusto e al centro ci saranno finalmente le voci dei politici che raccontano ai concittadini cosa intendono fare per loro. E gli ascolti? Ecco il problema vero!



Amour. La più seria lezion d’Amore.

nov 03, 2012 Nessun commento da

Mai prima titolo fu più azzeccato per un film. “Amour” fugge la necessità di tradursi e il film si offre con il suo soggetto universale ma anche unico e particolare nei suoi gesti, così com’è l’amore, anzi, come dovrebbe essere. E’ la storia di Georges e Anne, uguale a quelle taciute di molte coppie attempate, ordinaria (a parte nel finale) ma sublimata nel racconto straordinariamente pittorico che ne fa il regista.

Haneke ci porta in casa di una coppia di anziani professori borghesi parigini e ci dimostra con serietà,  signorilità, e senza sconti,  cos’è l’Amore. Con la A maiuscola: quello della cura, dell’accudimento, della dedizione e della presenza. Quello che il cinema e la società schivano. Haneke chiede al suo protagonista, l’interprete Trintignant, di celare l’emotività. Non è la passione o la libertà che gli interessa ma il contrario: la catena indissolubile che lega Georges, 80enne, a sua moglie Anne, ammalata e prossima alla morte.

La discrezione, la dignità, la lucidità della regia sono il contraltare del patema emotivo che si vive in sala mentre si assiste al film. Si resta muti e provati visceralmente da una sceneggiatura scandita solo dalla decadenza di Anne, dall’incedere della sua malattia degenerativa che, man mano, l’allontana dalla vita sotto lo sguardo di lui. Haneke ti trascina e ti lascia in quella casa. Ti costringe a starci.

E’ un film struggente ma sincero. L’Amore è questa cosa qui. Metafora dell’accudimento primordiale della madre con il figlio: Georges pulisce il culo ad Anne fino al suo ultimo giorno, la alimenta, la veste, la coccola, la tiene in vita fino a che un alito di vita tiene in vita lei. La ama fino alla morte.

E’ allo stesso tempo la scia di un amore conformista, antipatico, borghese, elitario (che se non fosse per la malattia di Anne sembrerebbe anche noioso) che esclude da sè perfino il suo frutto: la figlia Eva, che non comprende il senso di sacrificio del padre verso la madre, e che, fino alla fine non trova un posto dove rivendicare il suo ruolo di figlia. E’ il racconto di un matrimonio, non di una famiglia. Anne e Georges sono il motore, il focolare della loro famiglia. Sono loro due, unici, e una figlia (cresciuta ascoltandoli fare l’amore)  ora autonoma, lontana, sfortunatamente alle prese con i suoi dozzinali e ordinari problemi sentimentali.

Tutto inizia e finisce quando la moglie muore. Eva ritorna nella casa di famiglia. Silenziosa, sospesa, ordinata, vuota, senza più i suoi genitori. E in quell’attimo c’è tutto quello che l’Amore genera e lascia.  Una Storia come un dipinto, che si tramanda, si trasmette, che sostiene la riproduzione della specie finchè può per poi finire.



Il Caso #Cattaneo. 5 Errori comunicativi che in rete si pagano

ott 11, 2012 1 Commento da

Raffaele Cattaneo, Assessore alle infrastrutture e mobilità della Regione Lombardia, il 5 ottobre twitta:

ERRORE N. 1

TRADIMENTO. NON PUOI RIVOLGERTI IN RETE, DUNQUE AD UN PUBBLICO DI “CITTADINI COMUNI”, LAMENTANDOTI DEL DIMEZZAMENTO DEL TUO STIPENDIO DA PRIVILEGIATO IN UN MOMENTO COSI’ DELICATO. NON SAI A CHI TI RIVOLGI E NON SAI CHE SU TWITTER LE PAROLE HANNO UN PESO E LA RETE NON PERDONA. PER DI PIU’ LAVORI PER LA REGIONE LOMBARDIA, NEL MIRINO MEDIATICO IN QUESTO PERIODO. (VEDI MINETTI, FORMIGONI).

 Su Twitter, i follower rispondono stizziti:

ERRORE N.2

INGENUITA’. SE RITWITTI LE RISPOSTE ACCUSATORIE NEI TUOI CONFRONTI E RISPONDI, ALIMENTI LA PROVOCAZIONE E IL CASO. SE POI PUBBLICHI LA BUSTAPAGA DA 6000 EURO, PEGGIORI LA SITUAZIONE.

Raffaele Cattaneo pubblica una clip su YouTube dal titolo “PoliticoPazzoMaVero”, anche in Twitter comincia giustificarsi: “era una provocazione”, uno spunto per parlare d’altro. Di cosa?

ERRORE N.3

NON CONOSCENZA DEL MEZZO. UNA FORTE PROVOCAZIONE DIFFICILMENTE ALIMENTERA’ UNA RIFLESSIONE SUCCESSIVA. NON SI TORNA INDIETRO. SOPRATTUTTO QUANDO IL MESSAGGIO E’ MOLTO PIU’ DEBOLE DELLA PROVOCAZIONE. “LA POLITICA NON E’ SOLO FATTA DA CATTIVE PERSONE”. UN PO’ POCO.

ERRORE N. 4

INCOERENZA. SE VUOI SOLLEVARE UNA DISCUSSIONE DEVI SAPERE QUAL E’ IL TUO DESTINATARIO. IL SUO MESSAGGIO ANDAVA RIVOLTO AI COLLEGHI POLITICI DISONESTI, NON ALLA GENTE CHE SUBISCE IL MALAFFARE. Quali sono le coscienze che vuoi smuovere? Quelle della gente che lavora onestamente e guadagna un quarto rispetto a te?

ERRORE N.5

SOPRAVALUTAZIONE DI SE’. NON SEI GRILLO, NON PUOI PENSARE DI CAVARTELA CON UNA RISPOSTA SU YOU TUBE. (AD OGGI VISTA POCO PIU’ DI 4.000 VOLTE. POCO!)

Il caso interessa l’opinione pubblica e Raffaele Cattaneo partecipa a Tg3, Repubblica TV, L’Arena di Massimo Giletti, Pomeriggio5 di Barbara D’Urso.

UN MERITO: AVERE ATTIRATO L’ATTENZIONE MEDIATICA SU DI SE’, AHINOI CON UN MESSAGGIO TROPPO DEBOLE, TANTO DA FINIRE NEI SALOTTI DEL POMERIGGIO, COSI’ COME FANNO GLI STESSI POLITICI CHE CRITICAVA IN ORIGINE.

OPERAZIONE FALLITA:

I FOLLOWER RESTANO POCO PIU’ DI 1.500 E LA RETE DIMENTICA PRESTO! Raffaele Cattaneo, prima di questa bufera, utilizzava Twitter in modo rigoroso e coerente con la sua funzione. Aggiornava i suoi followers sui suoi impegni politici in modo serio. Potrà mai tornare indietro?










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