Sono pazza se ho paura degli hacker?

apr 27, 2013 13 Commenti by

 

Mi sento inquieta. Ho paura degli hacker. Intorno a me tutti continuano a vivere come se nulla fosse, come quando in aereo dormono tutti e tu sei l’unica a cagarti sotto mentre ci sono le turbolenze. Sto esagerando, ma possibile che nessuno si sia svegliato di fronte ad un tale vuoto d’aria?

Martedì 23 aprile è stato l’11 settembre del web. Associated Press, la più potente agenzia internazionale di comunicazione con sede a New York, è stata attaccata. Niente vittime o feriti, niente sangue, ma una torre è crollata. Indisturbatamente un gruppo di hacker si sono infiltrati nella pagina profilo Twitter di AP e hanno lanciato un tweet, un cinguettio di 140 caratteri. Me li immagino lì a dire no aspetta metti due esplosioni non una, no metti morto, no dai ferito. Il treat-tweet era il seguente:                                               Clamoroso, no? Incredibile eppure credibile. La fonte è affidabile e il messaggio viene in breve tempo ritwittato 467 volte. Diventa virale, è una miccia impazzita. Chi può credere a uno scherzo? Non è mai successo. Twitter non mente, è  il world trade center della sicurezza informatica. AP è la più grande e potente agenzia del mondo, una fonte sicura. L’embolo è in circolo e in men che non  si dica arriva a Wall Street dove deflagra: il dow jones crolla, perde oltre 100 punti, una catastrofe!                             AP nel frattempo capisce di essere stata colpita e Twitter gli sospende il profilo. E’ black out. Si diffonde la notizia della bufala e la borsa poi risale.

Come in tutti gli attentati che si rispettino, finita l’emergenza,  si fanno i conti dei feriti, si cercano i responsabili, ci si domanda come sia potuto accadere.  E’ stato un attentato. AP dichiara che gli hacker che hanno rivendicato l’attacco erano siriani e c’elavevano su con Obama. Twitter non si capacita di come sia potuto accadere e corre ai ripari cominciando a pensare ad un sistema di metaldetector, ehm volevo dire di password che renda complicato al terrorista l’accesso ai dati della piattaforma. A modi sceriffo diffonde la notizia: stiamo lavorando per voi, perché vi sentiate sicuri e come in ogni discorso che segue una strage “che si poteva evitare” , il rimedio è banale: implementeremo un sistema di doppia autenticazione. A beh

Ci ho pensato tanto in questi giorni, ho letto un paio di articoletti sul giornale, il post di Luca Sofri che se ne è accorto subito ma intorno a me erano tutti presi a parlare di #EnricoLetta e di come i politici italiani si siano fatti influenzare dai follower sulle scelte per le presidenziali.

Nessuno si è accorto che là in quella stanzetta siriana è successo qualcosa che potrebbe cambiare lo sorti del mondo. So che mi darete della pazza ma vi rispondo che la pazza non sono io. Pazzo è questo nostro sistema globale finanziario, politico, mediatico che ci rende tutti vicini, più simili ma tanto vulnerabili. Un sistema che deforma smisuratamente le dimensioni dei fenomeni che lo compongono.

Ci siamo messi nelle mani degli hacker? Siamo interdipendenti anche quando non lo vogliamo o non lo sappiamo; se parte un tweet-bomba da Damasco, un imprenditore del Massachusetts vede dilapidato il suo patrimonio investito in borsa. Abbiamo confidato troppo nella democrazia della rete? Nella possibilità di essere “one world” senza un prezzo da pagare? Su Twitter ci sono tutti quelli che contano: c’è Obama con i suoi 33 milioni di seguaci, il 98% dei politici del Congresso, il Papa, il Dalai Lama, tutte le agenzie di comunicazione, i network,  giornalisti più autorevoli, i guru, i divi di Hollywood. Tutte le fonti, anche le più autorevoli. Abbiamo fiducia nel mezzo. Non ne sappiamo nulla di sicurezza. Nessuno ci ha mai beccato la password.

E’ il nuovo grande fratello. Siamo nelle mani degli hacker, i nuovi terroristi. Questa volta l’attacco è stato contenuto ma la prossima potrebbe andar peggio. Pensa se si impossessano dell’account di Obama e di quello dell’FBI e twittano altre robe verosimili. L’11 settembre ci ha cambiati e da allora siamo disposti a credere a tutto, la soglia di verosimiglianza si è abbassata. Le notizie si diffonderebbero come un virus e le borse internazionali reagirebbero con la solita prontezza. Non ci sarebbe neanche il tempo di capire, di smentire. Lascio a voi la fantasia di immaginare ipotetici scenari. Quello che dico è che spero che i nuovi mezzi di comunicazione non ci facciano perdere la lucidità di capirne la fragilità. Siamo appesi a codici, algoritmi, password e sistemi che in pochi conoscono e governano,  mentre la massa si gode  le interfacce.  

Non può succedere tutto su Twitter. Non possiamo permettercelo. Qui non parliamo dei deputati  del PD che hanno tradito Bersani per dare ascolto ai loro follower condizionando la scelta del Presidente e non parliamo delle email dei grillini hackerate. Questo è un altro volo, un po’ più turbolento!

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13 Commenti a “Sono pazza se ho paura degli hacker?”

  1. Andrea says:

    Non la fai un po’ tragica? Twitter è un mezzo come un altro, e la prima cosa che dovrebbe fare chi ha degli interessi quando sente una notizia o presunta tale che lo potrebbe riguardare, sarebbe di cercare conferme dai vari organi di stampa. O almeno è quello che credo farebbe chiunque dotato di materia grigia funzionante, invece di andare nel panico per il solito allarmismo da terrorismo psicologico.

  2. Cinzia Bancone says:

    Ciao Andrea, il mio essere “tragica” era un gioco che speravo funzionasse! L’ho detto all’inizio “esagero” e la metafora dell’11 settembre era un espediente retorico. Anche il titolo mi pareva abbastanza ironico!

    Secondo me tu sopravvaluti l’utente medio. Sei davvero così convinto che l’utente medio incroci le fonti con la tua disinvoltura? Sai dirmi perchè il dow jones è crollato se “chiunque è dotato di materia grigia”? (discorso lungo ci sarebbe da fare!)

    Oh finalmente qualcuno che mi attacca!!!!
    Grazie Andrea
    ;-)

  3. Michelangelo Torres says:

    Credo che l’attacco al profilo twitter della Associated Press abbia evidenziato quello che in fondo tutti sapevamo: viviamo in un mondo fragile.
    Sono bastati 140 caratteri per far colare a picco le borse e bruciare milioni di dollari ‘virtuali’, sì virtuali, perché sappiamo tutti che un buon 80% dei capitali che fanno girare l’economia mondiale esiste solo sulla carta e pertanto é facilmente manipolabile attraverso eventi esterni, anche inventati.
    E’ un po’ la metafora dei nostri tempi: abbiamo messo gradualmente da parte la nostra vita reale in favore di quella virtuale, creando account su account, twittando, taggando o postando e l’economia, il luogo-non luogo dove si fa sul serio e vengono decise le nostre sorti, ha fatto lo stesso e si é via via ‘virtualizzata’, se mi passi il termine, diventando sempre più ‘liquida’, malleabile e potenzialmente fuori controllo.
    Verrebbe voglia di dire “Ok, fine dei giochi. Io voglio scendere, voi continuate pure, se vi va”, ma sappiamo benissimo che non si può e ci tocca continuare la corsa fino al capolinea.
    Fine della parentesi pseudo-filosofica.

    Hai usato il termine “hacker”, ma si potrebbe parlare anche di ‘cyberterroristi’. Si é creato artificiosamente del caos diffondendo una notizia falsa attraverso un ‘veicolo’ autorevole, svelandone di fatto la fragilità e facendoci riflettere su quanta importanza abbiamo dato ad esso e su quanto siamo dipendenti da tweet e retweet. Il 23 aprile potrebbe segnare l’inizio di un nuovo modo di rapportarci con i social network, perché la ‘festa’ è finita, la sbornia sta passando e forse sarebbe il caso di essere più oggettivi rispetto ad un mezzo dalle enormi potenzialità, ma anche tremendamente vulnerabile.

    Il passaggio che mi ha maggiormente colpito del tuo articolo però é questo: “L’11 settembre ci ha cambiati e da allora siamo disposti a credere a tutto, la soglia di verosimiglianza si è abbassata.”.
    Questa frase mi ha indotto ad una riflessione: e se un domani non fossero i siriani (ipotesi poi tutta da verificare, tra l’altro…) a lanciare il tweet, ma fosse proprio l’ AP a farlo coscientemente? Magari su pressione del governo americano o, chessò della CIA (ma potrebbe essere anche Al Jazeera su pressione saudita, la sostanza non cambia…)? I motivi per farlo non mancherebbero: spostamento mirato di capitali, ‘spinta’ per un maggior controllo dei mezzi di comunicazione, meno privacy per noi persone comuni…tu parli di ‘One World’ io penso al NWO: più controllo, più sicurezza ma anche più artificio, meno coscienza di sé. Sarebbe questo il prezzo da pagare per avere fatto assurgere un social network al ruolo di ‘oracolo’? Per quanto mi riguarda é un prezzo troppo alto e se è vero che la “soglia di verosimiglianza si è abbassata”, è anche vero che la mia diffidenza é ai massimi storici: come dire “I don’t believe in nothing, but it’s MY nothing”.

    Buon WE!

  4. Cinzia Bancone says:

    O eccoti finalmente Michelangelo, puntuale con le tue interessantissime riflessioni. Ti ho letto con attenzione, praticamente, mi hai scritto un pezzo per il blog!!!

    Il tema c’è tutto e mentre in Italia imperversano i bimbominkias su Twitter è bene che ci siano persone come noi che stan qui a fare gli analisti e i pazzi visionari, di qualcosa che forse non accadrà o che forse non vedremo. (Spero, sarà/sarebbe il delirio!)

    Io, per ora, mi calmo (come mi suggerisce Andrea sopra) e continuo a twittare cazzate su The Voice ma intanto il mondo sta cambiando…
    Un giorno leggeranno il fossile di questo post e capiranno!!!!
    ahahahaah
    Grazie Mich!
    Buon we
    ps: andiamo a Los Angeles e ci vendiamo il soggetto!!!

  5. Andrea says:

    Si ma quel che dice Michelangelo s’è sempre fatto anche fino ad ora, che fosse attraverso la stampa cartacea prima, e/o sempre con essa e la tv poi. Può cambiare il mezzo con cui le notizie o i messaggi mirati vengono fatti passare, ma il concetto era attualissimo anche prima, non è che sia una novità dei nostri giorni.

    Poi Cinzia, l’utente medio dei vari social network personalmente mi preoccupa pochissimo, anche perchè per chi smanetta coi pc da quando è cresciuto è facile capire che si tratta nella stragrande maggioranza di persone (parlo degli adulti) che a malapena sanno schiacciare il tasto d’accensione del medesimo o sanno fare poco più che scrivere una mail (in pratica gli stessi che ci davano dell’asociale e altri insulti random fino a qualche anno fa), o delle ragazzine che si tagliano i polsi per uno sbarbatello a caso.

    Quello che mi preoccupa di più semmai è la medesima ignoranza applicata al giornalista medio, quantomeno nostrano ma non solo, presente su stampa e tg nazionali. Cioè gente che dovrebbe essere cresciuta a pane e “verifica di varie fonti” prima di dare per vera una notizia. Gente che dovrebbe sapere che per quanto possa farlo per essere più veloce del giornale/tg concorrente, sarà sempre in ritardo rispetto alla rete, quindi tanto vale prepararsi servizi con notizie più sicure e complete. Gente che dovrebbe sapere, invece di correre dietro al Grillo di turno, che la rete è piena di panzane allucinanti e che la stragrande maggioranza di esse viaggia ora sui social network. Che non si può parlare di democrazia in rete facendo i sondaggi col mi piace o commenta su fb o scegliendo le persone con altrettante votazioni dove la gente prende quasi meno voti che un rappresentante d’istituto a scuola, il tutto fatto su un blog di un invasato dove non sai neanche se c’è qualche controllo sulla regolarità (e dove probabilmente gli “hacker” delle quirinarie erano normalissimi troll che votavano più volte, per dire…). Gente che la dovrebbe smettere di postare video dove non si capisce una mazza di quel che succede, pensando di catturare i GGiovani perchè l’han preso direttamente da youtube.

    Questo è quello che mi preoccupa, più che twitter o qualunque altro social di per se. L’uso distorto ma più spesso ignorante che sta buttando nel cesso anni di istruzione scolastica dove ci hanno insegnato ad usare il nostro cervello, facendo tornare la gente credulona forse più che in passato. Una volta perchè le informazioni non c’erano e si andava dietro al ciarlatano di turno, ora per l’esatto opposto, ovvero la sovrabbondanza di tali informazioni, prese per vere senza verifica.

    Ma se questo per l’uomo comune può avere importanza relativa, si presuppone che chi occupa certe posizioni dovrebbe aver avuto una certa istruzione e/o essere stato scelto in base a criteri più selettivi rispetto al credulone medio, sennò a sto punto possiamo mandare una mandria di manguste a giocare in borsa spostando milioni a caso e una mandria di opossum a discutere di politica internazionale, non trovi?

  6. Cinzia Bancone says:

    Ora sono d’accordo con te! Insisto però sul potere dei social. Non sono i giornali, è altro.

    I giornalisti hanno un’enorme responsabilità!

    Grazie
    Alla prossima
    C

  7. Luca Lovisolo says:

    Ciao Cinzia,

    hai toccato un problema sottovalutato, anche secondo me, collocandolo però in quella che non mi sembra l’area di maggiore pericolosità. Forzare una rete sociale come Twitter o Facebook è grave e può avere conseguenze pesanti. Da parte mia penso però che i rischi maggiori derivino dalla possibilità che degli hacker possano aggredire sistemi di sicurezza degli Stati, sistemi di armamento o enti economici (come è successo recentemente in Corea del Sud con alcune banche).

    Un mio amico che tiene corsi su queste cose usa un’immagine che trovo molto calzante: le reti sociali oggi sono come le automobili di trenta o quarant’anni fa. Non avevano cinture di sicurezza, ABS, airbag, neppure i poggiatesta contro il colpo di frusta, ma tutti le usavano. Poi ci si è resi conto dei rischi e sono stati sviluppati tanti sistemi di protezione. Oggi tutti (o quasi) troviamo normale allacciare le cinture di sicurezza e verificare se l’auto che stiamo per compare ha tutti i più recenti dispositivi di protezione.

    Probabilmente tra qualche anno tutti sapranno che le notizie provenienti dalle reti sociali vanno prese per quel che sono e la borsa non crollerà più per un tweet, come oggi più nessuno fugge dal cinema se vede sullo schermo una locomotiva che sembra corrergli addosso, com’era accaduto agli albori del cinema. Va anche detto che le reti sociali sono aperte alle violazioni e alle sciocchezze, ma permettono anche di pubblicare altrettanto rapidamente delle smentite.

    Ciò che mi preoccupa di più, sull’uso sociale della rete, è la distorsione nella formazione del consenso. Quello strettamente politico, certo, ma anche la diffusione di umori e opinioni da parte di persone non preparate (reali, non hacker) che possono condizionare l’esercizio della giustizia o altri rapporti sociali. In Rete, come vediamo già bene oggi, l’informazione emotiva prevale su quella ragionata e quasi sempre l’emotività e la semplificazione non rispondono a criteri di equo apprezzamento della realtà. E’ questo, credo, uno dei temi centrali dei pericoli della rete, che non devono spaventarci, ma esistono e vanno affrontati, anche con un’opera educativa degli utenti.

    Buon lavoro!
    Luca

  8. Michelangelo Torres says:

    Ahahahaha!!! Hai ragione Cinzia, mi é partito un megapost, ma a mia discolpa devo dirti che su ‘Text edit’ sembrava più corto!
    Per la ‘gita’ a L.A. ci sto, ho anche il passaporto fresco di rinnovo, Tom Clancy ha i giorni contati, ormai :-)

  9. Cinzia Bancone says:

    Grazie Luca per aver aggiunto al tema due punti fondamentali: l’hackeraggio a sistemi di sicurezza e la distorsione della formazione del consenso.
    Molto interessante quello che scrivi e mi stimola a capirne di più…

    E l’inquietudine sale !!!!
    A presto
    C
    ;-)

    @Mich (prenoto i voli per LA!!!)

  10. Enrico Giammarco says:

    Ciao Cinzia,

    Ottima e sacrosanta riflessione, sulla quale mi sono già espresso in questi termini: Siamo troppo Esposti (http://enricogiammarco.com/2013/04/24/siamo-troppo-esposti/)

    Semplicemente, strumenti nati per comunicare in maniera “leggera” sono diventati strumenti d’informazione professionale e autorevole.

    Vanno adeguati.

  11. Cinzia Bancone says:

    Ciao Enrico, ho letto il tuo post e anche un altro su linkiesta.

    Non siamo i soli ad occuparci del tema. Ho visto che all’estero in molti ne hanno scritto.

    Sull’adeguamento penso che non siano i mezzi a doverlo fare ma le persone. “Etica” mi pare la parola-chiave ma a questo proposito ho più di una preoccupazione sullo scenario italiano!!!

    Grazie
    Ciao
    C

  12. Michelangelo Torres says:

    Temo di avergliela tirata, al buon Tom Clancy…

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