Amour. La più seria lezion d’Amore.

nov 03, 2012 Nessun commento by

Mai prima titolo fu più azzeccato per un film. “Amour” fugge la necessità di tradursi e il film si offre con il suo soggetto universale ma anche unico e particolare nei suoi gesti, così com’è l’amore, anzi, come dovrebbe essere. E’ la storia di Georges e Anne, uguale a quelle taciute di molte coppie attempate, ordinaria (a parte nel finale) ma sublimata nel racconto straordinariamente pittorico che ne fa il regista.

Haneke ci porta in casa di una coppia di anziani professori borghesi parigini e ci dimostra con serietà,  signorilità, e senza sconti,  cos’è l’Amore. Con la A maiuscola: quello della cura, dell’accudimento, della dedizione e della presenza. Quello che il cinema e la società schivano. Haneke chiede al suo protagonista, l’interprete Trintignant, di celare l’emotività. Non è la passione o la libertà che gli interessa ma il contrario: la catena indissolubile che lega Georges, 80enne, a sua moglie Anne, ammalata e prossima alla morte.

La discrezione, la dignità, la lucidità della regia sono il contraltare del patema emotivo che si vive in sala mentre si assiste al film. Si resta muti e provati visceralmente da una sceneggiatura scandita solo dalla decadenza di Anne, dall’incedere della sua malattia degenerativa che, man mano, l’allontana dalla vita sotto lo sguardo di lui. Haneke ti trascina e ti lascia in quella casa. Ti costringe a starci.

E’ un film struggente ma sincero. L’Amore è questa cosa qui. Metafora dell’accudimento primordiale della madre con il figlio: Georges pulisce il culo ad Anne fino al suo ultimo giorno, la alimenta, la veste, la coccola, la tiene in vita fino a che un alito di vita tiene in vita lei. La ama fino alla morte.

E’ allo stesso tempo la scia di un amore conformista, antipatico, borghese, elitario (che se non fosse per la malattia di Anne sembrerebbe anche noioso) che esclude da sè perfino il suo frutto: la figlia Eva, che non comprende il senso di sacrificio del padre verso la madre, e che, fino alla fine non trova un posto dove rivendicare il suo ruolo di figlia. E’ il racconto di un matrimonio, non di una famiglia. Anne e Georges sono il motore, il focolare della loro famiglia. Sono loro due, unici, e una figlia (cresciuta ascoltandoli fare l’amore)  ora autonoma, lontana, sfortunatamente alle prese con i suoi dozzinali e ordinari problemi sentimentali.

Tutto inizia e finisce quando la moglie muore. Eva ritorna nella casa di famiglia. Silenziosa, sospesa, ordinata, vuota, senza più i suoi genitori. E in quell’attimo c’è tutto quello che l’Amore genera e lascia.  Una Storia come un dipinto, che si tramanda, si trasmette, che sostiene la riproduzione della specie finchè può per poi finire.

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